Che giornata squallida.
Ian sorseggiò il suo amaro con quel pensiero in mente. Del resto, come poteva non dirlo? Nessun impiego, nessun nuovo cliente e, se non fosse stato abbastanza, ci si era messo anche quel dannato acquazzone, spuntato dal nulla. Senza ombrello, la sua unica scelta fu di rifugiarsi nel locale in fondo alla strada principale. E quindi eccolo lì, di nuovo a bere, quella volta con la scusa delle circostanze. Persino la musica gli pareva squallida.
Finì il drink in un colpo solo, nonostante la gola fosse in fiamme già da prima. Poi prese un lungo sospiro, girò lo sgabello e diede un’occhiata al resto del locale. C’era molta più gente di quanto si aspettasse, alcuni messi pure peggio di lui: due omoni giacevano collassati sul proprio tavolo, mentre quelli intorno sghignazzavano e, nascosti allo sguardo del barista, provavano a rubare loro i portafogli. Con la luce soffusa che c’era l’avrebbero sicuramente fatta franca, ma in quel momento Ian non era dell’umore per fermarli.
Poi la vide. Entrò nel locale con passo spedito, guardando appena intorno a sé. Era avvolta in un lungo cappotto grigio, portava una borsetta dello stesso colore e una corta chioma bionda le splendeva sul capo. Chiuse in fretta l’ombrello, e la porta, e andò a sedersi senza svestirsi a uno dei tavolini più nascosti. Scelse il posto fronte alla porta.
Ian la seguì con lo sguardo, per poi fingere di cercare distrattamente la sua giacca nell’attaccapanni. Aprì e chiuse la mano un paio di volte, poi guardò a sinistra e a destra, poi girò il collo da una parte e dall’altra: era ancora in forma, poteva andare.
Si alzò dal bancone, lasciando i soldi al barista prima che chiedesse della mancia, e andò verso la donna. Per fortuna in quella direzione c’era anche il bagno, poteva muoversi senza farsi notare. In effetti il bagno gli serviva davvero, poteva passarci. Ma no: una donna del genere portava sempre qualcosa di interessante, non poteva farsela sfuggire.
Come da copione, curvò fuori dal corridoio solo all’ultimo momento, facendo sussultare l’ospite mentre le si sedeva di fronte. La donna fece per alzarsi, ma Ian la fermò con un cenno della mano.
«Ti hanno già notata.» disse.
Gli occhi azzurri della donna scattarono verso gli altri volti nel locale, per poi fissarsi nei suoi. C’era sempre stato quel profumo di vaniglia?
«Chi è lei?» chiese.
«Chiamami Ian. Non preoccuparti degli altri, finché ci sono io vicino non proveranno niente di che.»
«Perché è venuto a parlarmi?»
«Se ti dicessi che sei molto attraente?»
La donna fece per alzarsi.
«Va bene, va bene.» si corresse Ian, fermandola ancora con la mano:«Curiosità, ok? Come potrai aver notato, non sei il tipo di cliente per un locale del genere. Anzi, direi che neanche il miglior locale di tutta la cerchia potrebbe fare per te, mi sbaglio?»
La donna rimase in silenzio, gli occhi puntati su Ian. Cosa stava pensando? Non importava poi più di tanto: contava che avesse bisogno di lui.
«Se ho ragione,» riprese:«Ci sono pochi motivi che ti portano qui, ora. Potevi aver bisogno dei servizi, ma non li hai usati. Potevi anche avere davvero voglia di bere, magari per affogare qualche pena amorosa, ma allora ti avrei trovata al mio fianco al bancone. E invece eccoti qua, a guardare la porta con angoscia.»
La donna iniziò a dondolare la gamba mentre il suo sguardo fuggiva da Ian.
«Non pensavo di trovare alcolizzati così svegli.» disse.
«Colpa del mio lavoro, oramai non riesco più a farmi solo i fatti miei.» borbottò Ian sogghignando:«Ricercatrice?»
«Sviluppo bioenergoico.»
«Dev’essere qualcosa di grosso. Nella borsa?»
La donna annuì.
Ian fece lo stesso di riflesso, mentre pensava. Poteva essere una buona occasione, sì, ma se fosse stata davvero una ricerca così importante, allora sarebbero arrivati in molti. E tanti non si gestiscono bene nel proprio locale di fiducia, neanche da sobri. In ogni caso, sprecare l’occasione sarebbe stato davvero un peccato.
L’uomo si sgranchì il collo e, sospirando, si allungò verso il tavolo.
«Posso aiutarti, se vuoi.»
Gli occhi della donna si illuminarono per un istante, prima di tornare guardinghi.
«Perché dovrebbe farlo?»
«Dietro pagamento, è chiaro. Pensavo fosse più una prassi da voi che da noi.»
«Quanto?»
«Mille.»
«Se lo scordi.»
«Vedila così, sono abbastanza sicuro di dover sparare a qualcuno per proteggerti, e rischiare la vita costa.»
La donna abbassò lo sguardo e rimase in silenzio. Ian attese: sapeva di aver chiesto tanto anche per una donna di classe medio-alta, ma la bocca andava sfamata, e gli scontri a fuoco non facevano bene alla salute.
La cliente fece per parlare quando un tintinnio richiamò la sua attenzione. L’espressione di lei cambiò. Ian non ebbe bisogno di voltarsi.
«Giù.»
Ian si accovacciò, e con il movimento diede una manata sul tavolino, che si ribaltò. Tre colpi laser bruciarono la superficie in legno, fermandosi poco prima del volto della donna. Ian si buttò di lato e rotolò. Vide due uomini, vestiti anonimi e passamontagna. Girando, estrasse la pistola da dietro la schiena. Mirò quello più a destra. Sparò. Lo scoppio gli fischiò nelle orecchie per un istante, e l’unico suono successivo fu il tonfo del cadavere nemico. L’altro si voltò in sua direzione, furioso, ma Ian aveva già l’arma in sua direzione.
«Muoviti e sei morto.» disse.
L’uomo rimase fermo.
«Metti giù l’arma.» continuò Ian.
L’aggressore ubbidì, e appoggiò la pistola vicino ai suoi piedi, rialzandosi subito dopo con le mani in alto. Di tanto in tanto, il suo sguardo passava da Ian al tavolino. La donna non si era ancora sporta: almeno non era una sprovveduta.
«Vecchio, chiama la polizia.>> disse Ian al barista, rialzandosi:«E fa’ che arrivino in fretta.»
«Non farlo.» intervenne l’aggressore.
«Chi ti ha detto che puoi parlare, eh?»
«Se non vuoi che parli, allora sparami e macchiati di un doppio omicidio.»
Ian sparò. La pallottola si piantò sul muro, stracciando il passamontagna del bersaglio. L’uomo si accarezzò la tempia, per controllare i danni, poi guardò Ian e sorrise.
«Quel colpo mi avrebbe ucciso, lo sai?»
Ian sparò ancora, ma quella volta il nemico riuscì a spostarsi e a rifugiarsi dietro il bancone.
«L’idea era quella, mago del cazzo.» rispose Ian, tenendo la pistola puntata. UNa risata provenne dal bancone.
«Beh, è un peccato, ora non hai più possibilità.» disse il mago.
Ian si guardò attorno: doveva capire da dove sarebbe arrivato il contrattacco. L’attaccapanni era ancora troppo lontano per tornare utile, ma era meglio non usarlo con della gente intorno. Impostò comunque i comandi sul meridian, per tenersi pronto.
Fu questione di un attimo. Alla sua destra, decine di bottiglie di liquore presero a fluttuare, spostandosi sopra i tavoli.
«Brutto bastardo…» riuscì a dire Ian. Poi lo schianto.
Le bottiglie caddero tutte al suolo, frantumandosi e riempiendo di alcol e cocci l’intero pavimento. Diverse grida si alzarono dai tavoli: alcuni clienti scapparono, altri si rannicchiarono per la paura. Altri rimasero immobili, impietriti dalla situazione.
«Ora lo sai cosa succede, vero?» sentì dire da dietro il bancone. Ian lo sapeva bene, ma sapeva anche che poteva fermarlo.
«Vecchio, giù!» gridò. Sperò che il barista lo avesse sentito, e che nessun altro fosse nella sua traiettoria di tiro. Poi attivò il comando del meridian.
Un’esplosione investì l’attaccapanni e colpì mezzo bar. Il forte boato fece tornare il silenzio, terrorizzando tutti. Lo stesso Ian si era coperto, e aveva chiuso gli occhi. Quando li riaprì, la prima cosa che vide fu il bancone semidistrutto. Le schegge ancora attaccate al legno erano piegate in tutte le direzioni, e dietro di esse il barista, tremante, si stava ancora coprendo le orecchie. Anche buona parte degli scaffali dietro di lui era ridotta male.
Ian avanzò, attento a ogni rumore. Si rilassò quando vide un braccio spento sbucare dal nascondiglio dell’aggressore. <<Deviami questo, se riesci.>> disse. Guardò l’attaccapanni: il suo cappotto era a brandelli e, a terra sotto di esso, giaceva un dispositivo circolare, con una grande lente azzurra rivolta verso l’alto. Ian lo raccolse e se lo mise in tasca. Certo che avrebbe davvero fatto comodo un cappotto dove tenerlo.
«Scusa, vecchio, ho fatto un po’ di casino.» disse:«Conosco uno bravo a pulire, te lo chiamo io.»
Il barista emerse poco alla volta dal bancone, e annuì piano.
«Come fa ad avere uno di quelli?»
La donna si era rialzata, e stava fissando Ian dallo stesso punto in cui si era nascosta. Ian si tastò la tasca e sorrise.
«In effetti ci sta che tu lo conosca, non dovrei essere sorpreso.» rispose.
«Io sono sorpresa, dato che non dovrebbe averlo. Solo agli agenti speciali della corona è concesso usare armi a Energos.»
Ian si avvicinò. La donna resistette all’istinto di ritrarsi, ma lui non volle riconoscerle il merito. Le arrivò a un braccio di distanza.
«Ognuno ha avuto i suoi momenti di gloria.» disse:«Io sono semplicemente passato oltre, e ora cerco di sopravvivere.»
Così dicendo, Ian estrasse un biglietto da visita dal portafogli, e lo appoggiò su un tavolino nei paraggi. «Le lascio qui le coordinate bancarie, mia cara cliente.» concluse: «Non mi faccia attendere, vorrei prendere un nuovo cappotto per questo tempo.»
Si incamminò verso l’uscita, avendo cura di evitare i cadaveri. Raccolse un ombrello, uno di quelli piccoli e pieghevoli, e uscì. Dopo il metro coperto dal tendone, la pioggia continuava a scrosciare imperterrita.
Era davvero una giornata squallida.
