Il Re Schiavo

Ricordo che risi, durante il mio primo momento in questo mondo. 

Emersi dalla luce sotto una cascata di applausi, circondato da un intero salone addobbato a festa. I pochi umani a me vicini mi osservavano con la stessa paura di un topo davanti a un leone, e così doveva essere, perché così era sempre stato. Quella era un’accoglienza degna di un re. Quello avrebbe dovuto essere ciò che mi aspettava. Ascoltai con sufficienza tutte le manfrine del vecchio oracolo a me innanzi, e lo liquidai in fretta una volta che ebbe finito, così da potermi godere appieno questa nuova, per quanto inaspettata, età dell’oro della mia vita.

Eppure, dovevo capire che qualcosa non tornava. Un indizio c’era, ed era proprio davanti a me: uno dei topolini non aveva paura negli occhi, ma più un misto di orgoglio e di ammirazione, come di chi sfoggiava il proprio stallone migliore. Ma a quel tempo non gli diedi importanza, impegnato com’ero a capire su che tipo di mondo avrei regnato.

Fu solo quando uscii dalla sala che quel particolare mi tornò alla mente, e allora la realtà mi sferrò uno dei suoi colpi più letali. Vidi il topolino prima seguirmi e poi spostarsi al mio fianco. Mi chiese dove stessi andando, e io gli risposi che sentivo il bisogno di un bagno, come si confà a un re. Allora questi mi rispose:«No, tu ora vieni con me.»

Pensai subito di estrarre la coda e strangolarlo sul posto, ma in quel momento un terribile istinto mi esortò invece a proteggerlo: nelle viscere sapevo che, se lui fosse morto, allora anche per la mia nuova vita sarebbe giunta la fine. E allora scorsi quel dannato filo d’argento. 

Sottile come la seta, quel raggio di pulviscolo luminoso collegava il mio polso a quello del topolino, il cui volto si era intanto trasformato in un sorriso beffardo. Lui sapeva bene cosa stesse succedendo, e appunto per quello si permise un affronto simile nei miei confronti.

Anche se con l’odio negli occhi, fui costretto a ubbidire. E da allora la mia vita peggiorò di giorno in giorno: dal re che ero, mi ritrovai come l’ultimo degli sguatteri. Più volte mi convinsi che quell’istinto dato dal filo fosse solo suggestione, e tentai di eliminare il mago che mi controllava. Ma questi conosceva bene i segreti di quella costrizione, e ogni volta mi privò delle energie fondamentali a mantenermi in quel mondo, rendendomi stanco come se avessi combattuto per un’intera giornata. Spesso lo fece senza che lo attaccassi, per punizione o per mettersi in mostra, o anche solo perché gli andava di farlo.

Per dare una svolta alla mia situazione cercai conforto negli araldi, gli altri esseri che, come me, si erano ritrovati a vivere quell’inferno. Scoprii allora che molti araldi venivano invece trattati con la deferenza che meritavano, tanto da accettare anche di buon grado la subordinazione al mago, diventandone consiglieri o istruttori. Ma nessuno di loro era in grado di aiutare me.

Passarono i mesi, e la situazione non variò. Ormai rassegnato alla mia seconda vita di schiavitù, entrai in un periodo di apatia e depressione che più volte mi portò a considerare il baratro come una buona soluzione. Forse, mi dissi, avrei avuto la possibilità di tornare in vita di nuovo, magari in condizioni migliori. Ma se così non fosse stato?…

Poi, un giorno, si presentò da me un uomo bislacco. Mi comparve a fianco dal nulla, e parlava con una voce strana, acuta, come se fosse sempre sul punto di ridere. Nonostante gli abiti formali tipici di questo tempo, aveva quel fare servile tipico dei giullari di corte, e forse fu proprio quello a far volgere le mie attenzioni verso di lui. E fu la mia fortuna. 

Ci trovavamo in segreto. Giorno dopo giorno, l’uomo mi istruiva sulla magia di questo mondo con dovizia di particolari. Ovviamente, appena ebbi occasione di fare domande, le mie curiosità andarono su quel dannato filo. E lui sapeva. Sapeva che la sua funzione era collegare la vita di un araldo al suo mago, certo, ma anche che quel legame poteva essere reciso, una volta che il servitore fosse stato in grado di sostenersi da solo. Entusiasta, chiesi subito cosa avrei dovuto fare, e l’uomo mi aiutò a ragionare sulle mie capacità per trovare una soluzione. Come diceva sempre: “Solo comandando il potere di Vectra si può distruggere il potere di Vectra”.

Da quel momento feci mia la meditazione del mio popolo. Quando regnavo non la credevo un’attività così importante, ma, come predisse l’uomo, iniziai presto a sentirne i benefici: ero più lucido, più energico, più presente a me stesso su quel suolo alieno. Il mio padrone, ovviamente, era completamente all’oscuro, e dal canto mio dovetti inscenare delle finte proteste per fare in modo che rimanesse così. Fremevo dalla voglia di colpire, di liberarmi una volta per tutte, ma dovevo avere pazienza: se non avessi scelto il momento giusto, sarebbe stato tutto inutile.

E quel momento oggi è arrivato.

Da vecchia abitudine di guerra, mi piace guardare le macerie intorno a me. Il tavolino di legno, frantumato in due metà, dove ogni giorno ero costretto ad appoggiare il tè; il divano di pelle, dove il mio padrone sprecava il suo tempo mentre io lavoravo per lui. Quasi mi dispiace averlo ridotto così male, sedermici sopra mi avrebbe dato una certa soddisfazione. Ma alla fine va bene così. La mia coda aveva fame di distruzione, e finalmente si è saziata. Fatico a rimanere fermo: lo voglio ancora, quel brivido che a lungo mi è stato privato. Il sangue del mio nemico scorre denso giù dalle mie lame, come olio che allenta le catene ai miei polsi. Ora non c’è più nulla a bloccarmi, nulla che mi impedisca di essere quello che sono, e che avrei dovuto essere dal principio. Come pianeta ho visto di meglio, ma me lo farò andare bene.

Ritornerò ad essere re.